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Il giusto addio

Fa abbastanza sorridere lo sfogliare i quotidiani sportivi di questi giorni, in cui si sprecano pagine ed inchiostro nel peana ad Alessandro Del Piero. Soprattutto pensando ai fiumi di parole sprecati negli anni passati in cui non si perdeva occasione per definirlo giocatore finito, o, peggio ancora, colpevole di nefandezze calcistiche come la sconfitta agli Europei del 2000, o le scarse prove nel mondiale francese del ’98 a discapito di Robi Baggio ( uno che, a differenza di Alex, ha sempre goduto di buona stampa, al limite dell’odore di santità ).

Soprattutto, fanno sorridere i cori lamentosi di chi chiede che la storia contrattuale e calcistica tra Del Piero e la Juve non si interrompa al limite della stagione, cori che si fecero prepotenti ad ottobre, quando Andrea Agnelli annunciò agli azionisti ciò che ormai tutti conoscono a menadito, e che si sono riproposti ancora più veementi ora che il capitano ha inanellato le prime prestazioni convincenti di una stagione per larga parte vissuta ai margini, e senza contributi significativi sino a marzo.

Fa specie considerare che in una stagione del genere, dove la concorrenza lì davanti non ha i crismi del fuoriclasse conclamato, Del Piero sia stato utilizzato con il contagocce: quando l’anno prossimo, si spera, il parco attaccanti potrà annoverare giocatori di altro calibro, quali potranno mai essere gli spazi per un giocatore ormai prossimo alle 38 primavere?

Certo, si parla con insistenza di un utilizzo alla Altafini: cosa peraltro già accaduta in questa annata, in cui Del Piero è entrato diverse volte a partita in corso. E, fino a marzo, non ha sostanzialmente lasciato traccia né nel tabellino marcatori né con prestazioni degne di essere ricordate. Difficile, del resto, essere decisivi se buttati nella mischia a partita in corso. Ancora di più se si entra in campo con la ferma convinzione di dover prendersi la squadra sulle spalle ed essere decisivi a prescindere: non a caso, contro la Lazio, le cose migliori Del Piero le ha fatte piazzandosi in una posizione comoda per ricevere palla e metterla in cassaforte, mentre il gol non è stato certo un lampo di classe, quanto piuttosto il frutto dell’esperienza e della malizia di chi calca da vent’anni i campi della Serie A ( ben coadiuvato, nell’occasione, da un’altro maestro come Pirlo ).

Ma ritrovarsi anche l’anno prossimo a dipendere, nel momento caldo, dal lampo di un giocatore la cui carta d’identità è impietosa, non sarebbe il migliore degli auspici. Meglio, molto meglio chiudere una fantastica avventura senza la brutta sensazione di svolgere unicamente un ruolo di rappresentanza, ai limiti della rottamazione, con il tipico retrogusto amaro della riconoscenza alle bandiere. Sarebbe sempre e comunque un addio tra le lacrime. Di gioia, si spera.

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Scritto da il 14 apr 2012 . Registrato sotto Generali, News .

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