Oltre i luoghi comuni
di Carlo Vassotto
Ci sono stereotipi che sembrano dogmi inconfutabili. Succede in ogni attività, anche nel calcio. Se si parla di settori giovanili e della loro incidenza nella storia di una società scatta in modo automatico e immediato il richiamo alla “cantera” blau-grana, considerata universalmente come il vivaio per eccellenza, la fucina di campioni inarrivabile e inimitabile.
Allo stesso modo, se si pensa ad un giocatore tecnicamente dotatissimo e permeato di classe e fantasia, ci si indirizza fatalmente verso le latitudini del Sud America, soprattutto brasiliane e si finisce per citare i classici nomignoli inventati dai tifosi per battezzare più facilmente i funamboli più in voga del momento, quasi immancabilmente con preponderante desinenza uscente in “-inho”.
Ebbene, la lunga ed emozionante serata di Coppa Italia vissuta allo Juventus Stadium nel giorno dell’Immacolata, ha svelato quanto talvolta non sia necessario ricorrere a certi luoghi comuni a noi geograficamente così lontani eppure psicologicamente così abituali per trovare gli interpreti di un certo tipo di giocatore, il talento di casa che si sciroppa tutta la trafila dai pulcini alla prima squadra prima di emergere definitivamente e il primattore capace di incantare il pubblico con un assolo degno di Maradona, magari dopo aver tirato la carretta per novanta minuti.
Stiamo parlando, ovviamente, di Claudio Marchisio e di Emanuele Giaccherini, ovvero i grandi protagonisti nonché i goleador della qualificazione bianconera ai “quarti” del trofeo nazionale.
Il robusto turn over deciso da Conte ha escluso il primo dalla formazione di partenza e vestito il secondo dei panni del protagonista fin dall’inizio. La Juve anti-Bologna ha sofferto più l’assenza dei suoi esterni bassi che dei centrocampisti centrali, in quanto Pazienza, Giaccherini e Marrone hanno scimmiottato con discreta efficacia il trio Pirlo-Vidal-Marchisio mentre Sorensen e De Ceglie, troppo timidi e frenati in fase di appoggio alla manovra offensiva, hanno fatto sentire molto la mancanza della spinta di Lichtsteiner e Chiellini. Krasic, poi, ci ha messo del suo per far rimpiangere Pepe e inaridire gli sbocchi del gioco sulla sua corsia di competenza.
Il Mister ha atteso poco più di un’ora per avvicendare il serbo, un po’ più vivace nello scampolo di ripresa disputato ma reo di essersi divorato un gol clamoroso a porta vuota. Con Elia a destra e poco dopo con Estigarribia a sinistra, entrato al posto dell’acciaccato Quagliarella, la Juve ha migliorato l’aggressività sulle fasce, aggrappandosi all’infaticabile iniziativa di Giaccherini e al commovente impegno di uno straordinario Del Piero, con la testa fasciata ma il cuore indomabile di grande Capitano, unica punta di ruolo rimasta a disposizione.
L’ingresso di Marchisio (comunque ottima la prova di Marrone) ha alzato il tasso di qualità juventino e creato i presupposti per l’assalto finale al quasi imbattibile Agliardi, autore di interventi superlativi. Il guizzo di Giac allo scadere è stato un inno alla sua classe, inversamente proporzionale al suo fisico minuto: palla intercettata a metà campo, scatto imperioso, slalom tra due difensori e rasoiata imparabile in diagonale. Ha ragione Conte a dire che se il cognome di Emanuele suonasse meno proletario e fosse Giaccherinho sentiremmo parlare di lui come di un fenomeno.
A questo punto è doveroso fare i complimenti al Bologna, che non ha mai mollato e come in campionato ha saputo pareggiare su calcio d’angolo proprio mentre rimaneva in dieci per il ko di Pulzetti a sostituzioni esaurite. Grave la latitanza della nostra contraerea che ha lasciato Raggi libero di impattare e battere Storari, reduce da tre grandi parate.
Con l’uomo in più la Juve ha ripreso a martellare l’area felsinea e ha trovato il varco giusto di nuovo grazie alla tipica azione del suo profeta in patria (torinese, entrato a sette anni nella “cantera” bianconera). Più o meno dalla stessa posizione da cui ha steso Inter e Cesena, Marchisio, stavolta impreziosendo la giocata vincente con un sontuoso dribbling con l’interno del tacco destro, è andato a concludere con un delizioso sinistro in diagonale di precisione chirurgica.
Un tipo di gol che ormai è un marchio di fabbrica di questa Juve, come lo sono lo spirito e l’idea di gioco che hanno animato e sostenuto la squadra nonostante i molti volti nuovi presentati dal suo tecnico.
Made in Juventus, by Antonio Conte.





















