Cosa c’entra un articolo – o meglio, una serie di articoli – dedicati ad uno degli scandali più gravi del nostro Paese in un sito dedicato a fatti di calcio, ed in particolare alla Juve?
C’entra, eccome, sebbene il calcio sia solo uno dei tanti settori toccati da questo caso di cronaca giudiziaria spesso sottaciuto dai grandi media, in maniera pressochè inspegabile se si considera la portata degli eventi che andremo a raccontare.

Per poter comprendere appieno il senso di questo resoconto, e come una vicenda degna dei romanzi di spionaggio di John Le Carrè si innesti con le tristemente note vicende calcistiche del 2006, è necessario fare un passo indietro.

Novembre 2003, Milano. Tutto nasce da un’indagine apparentemente innocua, un caso come tanti altri di corruzione in gare d’appalto che vede coinvolte alcune agenzie di vigilanza privata.
Nel corso dell’inchiesta gli inquirenti si imbattono tuttavia in alcuni particolari inquietanti: gli indagati sembravano conoscere anticipatamente le mosse della Procura, da qui nasce il sospetto che ci fossero nel palazzo di giustizia delle talpe disposte a passare informazioni alle persone sotto indagine. Si scoprirà poi, nel filone d’inchiesta che porterà al patteggiamento di alcuni degli indagati, che tra le talpe vi era addirittura un giudice.

Dal 2003 al maggio del 2005 il passo è breve per i tempi della giustizia italiana. Entra in scena Giuliano Tavaroli, ex carabiniere, già capo della security Telecom, tirato in ballo da alcune intercettazioni tra altri soggetti indagati che lo rappresentano come colui in grado di far trapelare informazioni dalla Procura. Con lui è indagato anche Emanuele Cipriani, amico di lunga data del Tavaroli e investigatore privato a capo dell’agenzia Polis D’Istinto. Lo scandalo dirompe in tutta la sua portata: vengono effettuate perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni dei due. Viene anche formalizzata l’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla violazione del segreto istruttorio. Sul punto gli inquirenti, nel più assoluto ermetismo, lasciano però filtrare qualche dettaglio: nella loro ricostruzione, gli associati avevano tutti i poteri del caso per effettuare vere e proprie attività di spionaggio e dossieraggio illeciti, oltre ad aver accesso ad una miriade di dati sensibili.

Per cogliere appieno la delicatezza del ruolo di Tavaroli, basti qui rammentare che egli era anche il responsabile del CNAG (Centro Nazionale Autorità Giudiziaria) cioè l’ente che gestisce le intercettazioni ordinate dalla magistratura.

La Telecom, nell’occhio del ciclone, reagisce in maniera curiosa: il presidente Tronchetti Provera solleva Tavaroli dall’incarico, salvo assumerlo nell’organigramma Pirelli. Cambia pochissimo, percchè Tronchetti possiede Pirelli che a sua volta controlla Telecom.
Dalle perquisizioni emergono alcuni dvd contententi centinaia di dossier protetti da password. Il Cipriani collabora con gli inquirenti fornendo le chiavi d’accesso.

Si spalanca per i PM la prima finestra sulla reale estensione dell’inchiesta, che nel frattempo vede coinvolta anche la procura di Roma. Tra gli spiati vi sono esponenti di spicco del mondo finanziario (Cesare Geronzi e figlie), politici (Alessandra Mussolini, Piero Marrazzo, Aldo Bracher, Roberto Calderoli), giornalisti (Travaglio e Beppe Grillo), dirigenti sportivi, arbitri e calciatori (Luciano Moggi, Franco Carraro, Massimo De Santis, Bobo Vieri, Vladimir Jugovic).

Telecom è sempre più sulle spine, sebbene per il momento i vertici societari non siano direttamente coinvolti: l’audit interno promosso dallo stesso Tronchetti dà risultati sconcertanti. Viene appurato che era possibile accedere ai tabulati senza lasciare traccia nel sistema, così come era perfettamente possibile introdursi all’interno della banca dati del traffico telefonico.
Paradossalmente, l’internal audit in questione è compiuto da Fabio Ghioni, responsabile Telecom per il controllo interno. Di lì a poco proprio Ghioni verrà arrestato in quanto presunto capo del c.d. Tiger Team, ossia un gruppo di specialisti della security informatica con accesso a tutti i sistemi e dedito, per l’appunto, allo spionaggio industriale (ma anche, come vedremo, al incredibili operazioni di controspionaggio).

Per gli inquirenti lo scenario non è ancora chiaro: servirebbe qualcuno disposto a vuotare il sacco. Entra in scena Adamo Bove, capo della security TIM, secondo alcuni vero capo delle operazioni di spionaggio. Bove è disposto a raccontare tutto ai magistrati, ma prima che ciò accada, il 21 luglio del 2006 questi precipita da un viadotto a Napoli, perdendo la vita in un suicidio dai contorni ancora indefiniti.

Non è finita: emergono contatti telefonici e fisici tra Cipriani, Tavaroli e tale Marco Mancini, agente dei servizi segreti italiani e già indagato (poi condannato) per il caso Abu Omar.

Intercettazioni, dossier, politica, finanza, sport, servizi segreti, hacker e un misterioso suicidio, il tutto partendo da una indagine tutto sommato marginale e limitata all’hinterland milanese.

L’inchiesta subisce una brusca accelerazione: l’11 settembre 2006 Tronchetti si dimette da presidente Telecom, apparentemente per alcuni screzi con il governo.
Il 20 settembre partono le ordinanze di custodia cautelare, 21 le persone colpite, numero destinato ad aumentare in seguito. Fra questi i già nominati Tavaroli, Mancini, Cipriani, Ghioni, ma nessuno dei vertici dirigenziali Telecom. Secondo il Gip l’attività di spionaggio sarebbe stata infatti slegata da direttive degli apicali, trovando piuttosto il proprio ambito negli interessi personali dei soggetti coinvolti. Da qui, oltre all’accusa di associazione a delinquere, quella di appropiazione indebita.

Per meglio comprendere il senso di queste affermazioni, dobbiamo in primis contestualizzare l’attività di spionaggio illecito: per capire se tale operazione poteva o meno andare a vantaggio dei vertici Telecom e, conseguentemente, di Pirelli ed Inter che risultano tutte fortemente collegate.

Senza voler dare giudizi che non ci competono, ci limitiamo a portare dei dati di fatto.

Tronchetti è azionista di maggioranza Pirelli, all’epoca era presidente Telecom, è sponsor e consigliere d’amministrazione dell’Inter. Buora, all’epoca vice-presidente Telecom, ricopriva la stessa carica nell’Inter. Moratti è consigliere d’amministrazione e azionista Pirelli.
Guido Rossi, ex membro del Cda dell’Inter, andrà a sostituire Tronchetti in presidenza Telecom.

Bridgestone è una concorrente di Pirelli, l’autorità dell’Antitrust aveva recentemente multato Telecom dopo una denuncia di Fastweb, Telefonica era una concorrente di Telecom, la Juventus era una rivale dell’Inter (abbiamo limitato l’elenco per ragioni di mera leggibilità).
Persone in posizioni rilevanti appartenenti a queste società o enti sono state “spiate”. Che tali attività siano inconciliabili con logiche di natura concorrenziale appare difficile da pensare.

Fatto sta che a processo sono andate tante persone (peraltro molti hanno scelto la via del patteggiamento, riconoscendo la propria colpevolezza; tra questi Tavaroli e Ghioni, ma non Cipriani), ma i vertici Telecom dell’epoca non sono stati sfiorati. O meglio, così si pensava, poichè da un lato si è arrivati – siamo al 28 maggio 2010 – alla prima sentenza, quella degli imputati che hanno scelto di patteggiare la pena: sentenza che condanna gli imputati, ma esclude il capo d’imputazione dell’appropiazione indebita. Ergo, i vertici aziendali non sono soggetti passivi del reato, ed infatti il Gup Pasaniti dà anche una “tirata d’orecchie” ai PM milanesi, rinviando il materiale d’inchiesta alla Procura affinchè le indagini vengano allargate a Tronchetti e Buora.
Tirati per la manica dal Gup, i PM Napoleone, Civardi e Piacente sfoggiano un colpo a sorpresa, l’ultimo (per ora) di questa incredibile e intricatissima vicenda: Tronchetti e Buora sono sotto inchiesta, per l’ipotesi di reato di associazione a delinquere finalizzata agli accessi abusivi informatici e alla corruzione di pubblici ufficiali, cioè lo stesso capo d’imputazione contestato a Tavaroli&Co.
Con una differenza, cioè che il filone d’inchiesta non è esattamente il medesimo, ma proviene da un’indagine iniziata dalla procura di Roma e assegnata per competenza territoriale a Milano relativa all’illecito utilizzo del sistema Radar che permetteva all’operatore di interrogare il sistema dei tabulati telefonici senza lasciare tracce. Con conseguente ipotesi di responsabilità aziendale.
Una scelta, quella dei PM, di agire nell’ombra tenendo l’indagine a carico degli apicali Telecom all’oscuro sia del Gup che delle parti processuali che getta un’ulteriore punto interrogativo sullo scandalo degli spioni.