Canale non Ufficiale

The Inside Job – Uomini per tutte le stagioni

Quando il 29 giugno 2006 il consiglio di amministrazione della Juventus nominò presidente Giovanni Cobolli Gigli molti avranno pensato ad un parvenus, dato che il nome non è certo di quelli che salgono quotidianamente all’attenzione dei cronisti. Qualcuno, con più memoria, avrà ricordato senz’altro che si trattava di un manager da sempre nell’orbita della famiglia Agnelli, un manager storico potremmo dire considerando che da trent’anni serve fedelmente ( su questo non v’è dubbio ) la real casa torinese.
Quello che molti probabilmente non ricordavano è il ruolo che spesso ha assunto Cobolli Gigli in alcune delicate fasi di transizione che hanno caratterizzato al storia secolare delle aziende possedute o partecipate dalla holding di famiglia.

Così come nel 2006 Cobolli Gigli venne chiamato a “metterci la faccia”, perché nessuno obiettivamente voleva spendere nome e reputazione nella presidenza della Juventus nel suo peggior momento storico, in altre circostanza gli Agnelli, poi Elkann, si servirono del manager classe ’45 per posizionare qualcuno dotato di potere di firma sulle poltrone giuste. Questo accadeva, ad esempio, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, quando la Fiat attraversava una delle sue cicliche crisi e di spiccioli in cassa ce n’erano pochini. Serviva una ricca plusvalenza, ed ecco presentarsi all’orizzonte l’opportunità costituita dalla vecchia Fabbri editore, la storica azienda produttrice di opere enciclopediche vendute porta a porta, un culto per gli italiani negli anni in cui non tutti avevano una televisioni per crescere nelle amorevoli braccia di mamma Rai. In poche parole, la Fabbri si era rivelata un pessimo affare per la famiglia Agnelli, tanto che quell’acquisizione costò a Dino Fabbri al storica amicizia con l’Avvocato: l’azienda era comunque costantemente in perdita, tanto che da tempo gli Agnelli meditavano di rifilare il pacco a terzi.

E chi meglio di un’altra società in cui gli Agnelli possedevano una posizione di influenza all’interno del patto di sindacato azionario? Ecco quindi che nel febbraio del 1990 Ifi vende la Fabbri ad Rcs, nel cui patto di sindacato gli Agnelli avevano allora la posizione di primo azionista seguiti a ruota dalla Mediobanca di Cuccia. La Fabbri entra quindi nell’orbita di Rcs Libri, ma continua inevitabilmente a rivelarsi un pessimo affare ( per il compratore ). Nel ’95 l’amministratore delegato di Gemina, la finanziaria che controllava Rcs ( e quindi il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport, tra le altre cose ), Giampiero Pesenti, annuncia che il bilancio si concluderà con gravi perdite, dovute principalmente al buco nero della Libri e ad una delle tante sfortunate avventure di Luca di Montezemolo che aveva intrapreso una fallimentare collaborazione nel settore cinematografico. Le cifre sono da disastro, perché nel 1994 Rcs denuncia perdite per 738 miliardi, la Libri per 351, ovviamente di vecchie lire. Mentre a Torino gongolano per aver intascato una ricca plusvalenza di 500 miliardi. Certo, da azionisti, anche gli Agnelli devono concorrere all’aumento di capitale per salvare l’investimento strategico in Rcs, ma ovviamente non è un’onere che si sobbarcano in solitaria: ci sono gli altri azionisti, compresi quelli di minoranza ( Rcs era una società quotata) a partecipare all’esborso. Ed ovviamente i vari Mediobanca e Pirelli, per dirne due, non potevano permettersi di diluire la propria partecipazione: per cui l’aumento di capitale andava sottoscritto. Insomma, un affare per le casse dell’Ifi.

Particolarmente interessanti sono gli strascichi legali della vicenda: Pesenti annuncia che verrano promosse azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori coinvolti nella vicenda. Si tratta di Giorgio Fattori, ex presidente Rcs, e Giovanni Cobolli Gigli, ex amministratore delegato della libri e già direttore generale nella vecchia Fabbri: entrambi sono manager in quota Fiat, e continueranno ad esserlo negli anni a seguire ( Cobolli lascerà la Libri prima che il bubbone esploda e tornerà alla Rinascente, ma stupisce come abbia partecipato all’operazione Fabbri prima dalla parte del venditore e poi del compratore, il tutto da manager vicinissimo agli Agnelli ). L’iniziativa di citare in giudizio i due amministratori provoca il disappunto del Lingotto, ma si tratta di una reazione piuttosto blanda e da parte degli azionisti di Rcs ( che potevano e dovevano vigilare al momento della conclusione dell’operazione, a meno che la maggior banca d’affari dell’epoca, Mediobanca, guidata da Cuccia, non si sia fatta fregare nel peggior modo possibile ) e da parte degli Agnelli: in ogni caso Fattori e Cobolli Gigli uscirono vincenti dai tribunali. Per inciso, Rcs chiede anche un lauto risarcimento all’Ifi. Da Torino rispondono picche, affidando le repliche ad Umberto Agnelli e Gianluigi Gabetti: il tutto si conclude con lo spirito di liberalità tipico della Real Casa, che nulla dovendo a Rcs versa 2,5 milioni di euro alla Fondazione Corriere “a titolo di amicizia”. Una presa per i fondelli, in pratica, un po’ come il patteggiamento per il caso delle sim svizzere nel 2008 tra Juventus e Figc per 300.000 euro, che Grande Stevens giustificò come “atto di generosità” per il settore giovanile della federazione.

COMMENTA L’ARTICOLO SUL NOSTRO FORUM

Scritto da il 3 dic 2011. Registrato sotto Calciopoli, Generali, News, Resoconti & riassunti.

Il wallpaper Juve Campione d’Italia

CJ sul tuo smartphone

LA VIGNETTA

Twitter

Social Network